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A Place to bury strangers


In quanto frullatori, è già passata la carne viva della musica dei 60 e 70? Innumerevoli volte per la verità, il riciclaggio è ormai abitudine scontata dalle parti della produzione musicale. Bene, A Place to Bury Strangers sono l'ennesimo frullatore: nero e pieno di splendida confusione. Ogni nota vale uguale nella band di Oliver Ackermann, che poi sarebbe la variabile più nera del rock'n'roll, figlia bastarda del blues elettrico. Roba per cui sta tutto in quelle due battute, da ripetere finchè ce n'è. Questa è la strada per l'essenza. Concerto a tratti furibondo e a tratti ipnotico, post punk dalle ritmiche sghembe, suoni lancinanti come lame passate sul cuoio capelluto. Scenari edificati su tessiture ambientali che mai predilogono un arioso dispiego, piuttosto incrementano un senso di schiacciante oppressione al cospetto di un mondo verso cui non resta che avvertire un senso di radicale distacco. Sono screpolature, tagli, affondi, declamazioni, rimbombi, ritmi, galleggiamenti, persino brandelli di melodie. Sono ere di musica rumorosamente condensate con una capacità musicale rara, sebbene dissimulata dietro un primitivismo intellettuale che ha pochi paragoni. Il "notturno" essenziale per scuotere e ritemprare le membra e lo spirito di chiunque si trovi il cuore e l'orecchio sintonizzato sulle sonorità più primitive. Ma l'erba cattiva per nostra fortuna non muore mai, e noi siamo qui per continuare a nutrirla. Sempre.

Photo by Clemens Mitscher Bristol 2017



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